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Falsi esami, 39 gli interdetti dalla professione |
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Catanzaro - Dopo i provvedimenti del Consiglio dell'Ordine degli avvocati, arriva quello dell'autorità giudiziaria. Il giudice per le indagini preliminari Antonio Rizzuti ha emesso un'ordinanza applicativa di misura cautelare interdittiva del divieto temporaneo di esercitare le attività delle professioni forensi nei confronti di trentanove tra avvocati e procuratori coinvolti nell'inchiesta sui falsi esami alla facoltà di Giurisprudenza dell'Ateneo "Magna Græcia" di Catanzaro. Nel dettaglio, le persone colpite dal provvedimento interdittivo sono tutti accusati di avere approfittato di false attestazioni che avrebbero fatto risultare come superati esami mai effettivamente sostenuti.
L'inchiesta sulla presunta falsificazione di esami alla facoltà di Giurisprudenza è scattata nel 2007, quando un docente ha invitato i vertici dell'Ateneo a presentare denuncia dopo essersi accorto della presenza ad una sessione di laurea di una studentessa che non aveva sostenuto l'esame della sua materia. Dopo le prime verifiche, è finito in manette il funzionario Francesco Marcello, addetto alla segreteria didattica di Giurisprudenza. Sarebbe lui, che per alcune fattispecie di reato ha già patteggiato la condanna, la figura-cardine del presunto imbroglio. Nel corso degli accertamenti coordinati dai pm Salvatore Curcio e Paolo Petrolo sarebbero stati individuati almeno 400 casi sospetti di corruzione.
Sulla vicenda aveva visto bene l'Ordine distrettuale degli avvocati, presieduto dal prof. avv. Giuseppe Iannello, che da alcuni mesi aveva già deliberato la sospensione dei propri iscritti finiti sul registro degli indagati; un indirizzo ora confermato dal provvedimento del gip.
«Tutti gli indagati – si legge nell'ordinanza – hanno conseguito, apparentemente, un titolo (la laurea in giurisprudenza) che li abilita alle professioni forensi, le quali comportano l'esecizio, talvolta, di poteri certificativi di valenza pubblica. La laurea falsamente conseguita, inoltre, attribuisce agli indagati l'apparenza di un titolo per partecipare a concorsi pubblici e, comunque, per interloquire, da laureati, con la pubblica amministrazione, con conseguente, inevitabile, induzione in errore di tutti i pubblici funzionari che diano per scontata l'esistenza e la genuinità del titolo medesimo».
Lo stesso esercizio dell'attività forense, in quanto tale, deve «considerarsi – prosegue il Gip Rizzuti – abusivo. La partecipazione degli indagati, quali esercenti tale professione, ai procedimenti civili e penali, poi, comporta la falsità, per induzione in errore del pubblico ufficiale verbalizzante o redattore, dei verbali o degli atti da cui risulti la loro qualifica di avvocati o, comunque, di esercenti la professione forense».
«In definitiva – conclude – il possesso e l'utilizzo di una laurea fasulla alterano i rapporti giuridico-professionali degli indagati e condizionano una serie di attività, anche e soprattutto di interesse pubblico, dando luogo ad una costante induzione in errore degli ignari interlocutori degli indagati, tra i quali, principalmente, i pubblici uffici».
Il giudice, nel provvedimento, ha ripreso la dinamica dell'inchiesta: «Nel corso delle indagini, dall'esame della documentazione acquisita o, comunque, consultata (tra cui, segnatamente, i registri contenenti i verbali delle sedute di laurea; i fascicoli personali degli studenti, contenenti, oltre che i moduli di iscrizione, le ricevute di pagamento delle tasse e la domanda di laurea, il libretto universitario con le annotazioni relative agli esami sostenuti e superati, le cosiddette schedine di colore giallo, in carta copiativa, corrispondenti agli originali dei verbali degli esami superati ed il certificato di laurea) emergevano – secondo quanto riporta l'ordinanza – una serie di anomalie e di incoerenze che inducevano gli inquirenti a degli approfondimenti che, in molti casi, evidenziavano vere e proprie falsità, volte a far risultare come superati alcuni esami, in realtà, mai sostenuti dagli studenti». Anche perchè «in situazioni di normalità e di regolarità, vi è perfetta corrispondenza tra le annotazioni del libretto e le risultanze delle schedine gialle (in carta copiativa), riportanti il superamento dell'esame e la relativa votazione e custodite nel fascicolo personale dello studente, da un lato, e le risultanze degli originali dei verbali di esame, custoditi negli appositi registri, relativi alle materie di esame, dall'altro. La verifica documentale effettuata dalla polizia giudiziaria con riguardo a numerosi gli studenti, invece, evidenziava, come detto, palesi incongruenze. Sentiti i professori, titolari di cattedra o, comunque, gli esaminatori degli studenti in relazione allo svolgimento degli esami sospetti, in moltissimi casi, negavano la paternità delle firme di chiusura dei verbali che attestavano il superamento degli stessi».
Ecco perchè la polizia giudiziaria convocò diversi studenti che descrissero, tra l'altro, il meccanismo con il quale si falsificavano gli esami in cambio, in alcuni casi, di pagamento di somme di denaro o richieste di prestazioni sessuali. Marcello, secondo l'accusa, dopo essersi informato sulla carriera universitaria di uno studente, avrebbe affermato che «per tali esami poteva "parlare" – si legge nell'ordinanza – con qualche professore suo amico e, quindi, che poteva aiutarlo». Dopo qualche tempo, lo studente era stato invitato da Marcello a prenotarsi per l'esame, «dato che aveva "parlato" con il professore». Dopo la prenotazione, lo studente, sempre secondo l'accusa, ricevette un messaggio da Marcello che lo invitava a recarsi da lui il pomeriggio stesso dell'esame oppure il giorno successivo (comunque, al di fuori dell'orario previsto per lo svolgimento dell'esame).
«In quella occasione, Marcello gli aveva fatto firmare la cedola bianca del verbale di esame - così come già avvenuto per gli esami precedentemente convalidati - ed aveva trattenuto il libretto dello studente, al fine, a suo dire, di farlo compilare al professore. Tale situazione si era ripetuta per tutti gli altri esami caratterizzati da documentazione falsa». Meccanismo analogo avveniva, secondo l'accusa, per ogni persona coinvolta nell'inchiesta. |
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| Allegati: Nessun allegato presente |
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| Autore: Gazzettadelsud.it | |
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