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Accusata di furto solo perchè rom |
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Lamezia Terme - LAMEZIA TERME - «Sono una zingarella, mi chiamo Nada e ho 18 anni. L'altro giorno davanti all'ospedale un "italiano" mi ha accusato di avergli rubato il telefonino. S'è arrabbiato e s'è messo a gridare. Gli ho ripetuto tante volte che non sono stata io a prendere il suo telefono, ma lui ha continuato ad urlare e a dirmi tante brutte parole». A parlare è Nada Bevilacqua, ragazza Rom che abita nell'accampamento di Scordovillo, e che fino a qualche giorno fa era solita fermarsi davanti all'ospedale in attesa di Karin Faistnauer, presidente dell'associazione "Donne e futuro" che da anni opera a favore dei Rom della città.
Ogni giorno, infatti, la signora austriaca trapianta da anni in città incontra soprattutto le donne e le ragazze del campo di Scordovillo, con loro ha avviato corsi di ogni tipo: lettura, scrittura, disegno, ed altro ancora. Alla presidente di "Donne e futuro" la giovane Nada ha raccontato il triste episodio, decidendo di parlarne apertamente, vincendo così l'atavica ritrosia delle donne Rom che per cultura e tradizione non amano esporsi in pubblico.
Un'accusa di furto del tutto ingiusta che Nada, a distanza di qualche giorno, vive con gran terrore. «Il cuore mi batteva a trecento all'ora», si legge in una sua breve lettera in cui descrive i particolari della storia, «e quell'uomo continuava a dire che avrebbe chiamato i carabinieri se non andavo dai miei fratelli e non gli restituivo il cellulare: io ho ripetuto tante volte che i miei fratelli sono morti. Ma non m'ha creduto».
Nada fa fatica a capire «perché se la prendono con chi non ha fatto niente». E continua ancora scossa: «Dopo quello che è successo aspetterò Karin sotto il ponte vicino al campo. Adesso ho troppa paura. Non mi fermerò più davanti all'ospedale», scrive la giovane Rom, «aspettavo sempre lì perché potevo telefonare, e poi chiedevo l'elemosina alla gente quando avevo fame: così alla macchinetta dell'ospedale potevo comprarmi qualcosa da mangiare».
Quella di Nada è una storia come tante, di quotidiana angheria. In una città come la nostra che vuole smantellare Scordovillo ma non vuole gli zingari in nessun'altro quartiere, può risultare strano che a denunciare pubblicamente un'ingiustizia sia proprio una zingarella, esponente di un'etnia discriminata. La lettera di Nada è un gesto emblematico perché rompe il muro del silenzio, dell'accettazione passiva: è la reazione ad un'offesa, doverosa e giusta se fosse capitata a noi "italiani"; strana, quantomeno anomala in questo caso, dato che a difendersi è un componente del ghetto di Scordovillo, che per giunta è anche una giovane donna.
Una semplice lettera, qualche breve frase sgrammaticata in un italiano stentato, manifestano perfettamente i sentimenti, lo stato d'animo di una ragazza che prova a far sentire la sua voce in una comunità in cui ha incontrato anche tanta ostilità e pregiudizio; in una società vittima ancora dei luoghi comuni, dei falsi perbenismi, del moralismo spicciolo.
Troppo facile puntare il dito contro i Rom che «non vogliono lavorare e per questo vanno a rubare; su di loro non puoi fare nessun affidamento». Questi i commenti più "soft" che si sentono in giro comunemente, le espressioni e i pensieri ripetibili insieme ai quotidiani atteggiamenti di vero razzismo perché «gli zingari sono brutti, sporchi e cattivi e tali resteranno. Per sempre». Ma il pregiudizio è il peggior male sociale: gli zingari rubano auto nel parcheggio, e chiedono in cambio soldi per restituirle ai proprietari. È vero. Ma è pure vero che la responsabilità penale di un furto è di chi lo commette, non di un'intera etnia.
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| Autore: Fonte: gazzettadelsud.it | |
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