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Lamezia Terme

2 marzo 2012
 

«Ormai anche al Nord gli imprenditori ci chiedono aiuto»

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Scritto da: Redazione
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«Qui il problema non è la denuncia, ma il post denuncia». Maria Teresa Morano parla alla luce del giorno seduta su un lato del grande tavolo ottagonale dell’Ala, l’Associazione antiracket Lamezia che cinque anni fa ha visto la luce anche grazie al suo supporto. 43 anni, sposata, architetto, Morano è davvero una professionista libera dal peso della ‘ndrangheta. Figlia di un commerciante di Cittanova che non ha ceduto al pizzo, s’è spostata per amore a Lamezia dove ha messo su famiglia. Dallo scorso giugno è lei a guidare la Fai, quella stessa federazione delle associazioni antiracket creata da Tano Grasso, e di cui lo stesso imprenditore di Capo d’Orlando è ancora presidente onorario.
C’è differenza tra Calabria e Sicilia sul fronte antiracket?
«L’approccio culturale degli imprenditori è sicuramente diverso. In Sicilia la lotta contro le estorsioni è molto più avanti. Grazie alla geniale intuizione dei ragazzi di “Addio pizzo” è nata l’associazione “Libero futuro” che con Confindustria ha attivato diverse collaborazioni. Decine di adesioni di imprenditori sono arrivate da Palermo. Ma anche in altre parti della Sicilia».
Dove?
«A Gela le denunce sono arrivate a 130. Si stanno muovendo bene anche i soci di Catania. Ci sono alti e bassi, determinati anche dalla situazione politica, dalla fiducia verso i governanti che spinge a denunciare. Poi c’è la presenza di Tano Grasso che è un riferimento certo. Ci sono anche iniziative importanti sul consumo critico, come a Napoli».
La Campania risponde?
«A Napoli ci sono oltre 400 negozi “pizzo free”. Ed in alcune zone cruciali della città ci sono anche delle piazzette derackettizzate. La parola suona male, ma si tratta di nuclei liberi in quartieri molto sensibili, ad alto tasso camorristico».
Cosa frena gli imprenditori calabresi?
«Il bisogno di sicurezza. Ma soprattutto in provincia di Reggio ormai gli imprenditori non hanno più alibi: la Direzione antimafia ogni giorno mette dentro decine di persone, smantella grossi clan, e non manca la dimostrazione di efficienza della magistratura. Manca invece l’iniziativa sociale. Pensano: tanto è così, e sempre andrà così; la ‘ndrangheta è potente e invulnerabile, E poi c’è un altro grande problema.».
Quale?
«Per molti diventa più conveniente trovare un escamotage. A volte si paga il pizzo, anche attraverso l’acquisto di forniture o il servizio di guardiania, altre volte si fanno affari con le cosche. Questa la drammatica realtà».
L’intreccio si può spezzare?
«Bisogna fare arrivare un messaggio positivo, ma non si riesce. Anzi, l’esperienza di chi ha denunciato passa in negativo: la scorta, i cambiamenti di vita. Invece denunciare significa liberarsi. C’è una comoda disinformazione».
Cosa l’ha spinta a denunciare?
«Avevo 23 anni, figlia di un imprenditore di Cittanova finito nel mirino dei Facchineri, che hanno investito il loro denaro sporco in Umbria, isola felice, comprando possedimenti e imprese. Pur continuando a vivere come zingari a Cittanova. Dovevano acquistare un bar centrale a Città di Castello e sono venuti a chiedere i soldi a mio padre e ad altri undici suoi colleghi. Li portarono in un posto isolato e gli chiesero 40 o 50 milioni di lire, a seconda della grandezza delle loro aziende. Ma erano tutti amici, e costituirono un fronte. Girolamo Morano, mio padre, li denunciò e testimoniò contro di loro in tribunale. La procura di Palmi con Agostino Cordova lo sostenne, e funzionò. Adesso però sarebbe diverso».
In che senso?
«Non chiedono più quelle cifre, tendono a insinuarsi nelle attività economiche di ognuno».
Poi è arrivata a Lamezia Terme.
«Nel 2004 parlare qui di antiracket era anomalo. Non conoscevo bene ancora la realtà locale, ma ricordo che tutti avevano difficoltà a chiamare le cose col loro nome. Anche qui le richieste dei clan erano diverse: favori nelle forniture, regali…».
Da dove ha cominciato?
«Il nostro lavoro è diverso da quello dei poliziotti, non partiamo dopo che scoppiano le bombe. E’ un’opera culturale. Diciamo agli operatori economici che un’alternativa è possibile. C’è in ballo la libertà. La città in questi anni ha fatto notevoli passi avanti. Anche se c’è ancora la situazione descritta dal procuratore Salvatore Vitello: le indagini vanno avanti senza la collaborazione degli imprenditori».
Al Nord la musica cambia?
«Mica tanto. Abbiamo avuto incontri in diverse città del Nord. Da una parte c’è l’inchiesta “Infinito” condotta dalle procure antimafia di Reggio Calabria e Milano, dall’altra il prefetto milanese secondo cui la mafia in Lombardia non esiste. Per la Camera di commercio di Reggio Emilia invece è arrivato il momento di intervenire. La ‘ndrangheta è diventata insopportabile anche lì. Sa cosa ci hanno detto a Imola?».
Cosa?
«Ci hanno chiesto: aiutateci, noi siamo inesperti. Stessa richiesta da Veneto e Liguria».
L’ultimo atto è la sua nomina a presidente nazionale.
«Il mio predecessore è stato Pippo Scandurra di Patti, dove l’antiracket è un movimento consolidato. Questa mia nomina è da leggere come un nuovo investimento che va fatto in Calabria. In questa regione continuiamo ad essere l’ultima ruota del carro».
Vinicio Leonetti - Gazzettadelsud.it




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